Tre punti? No, una vittoria che è un guanto di sfida a tutta Italia

di PAOLO MARCACCI – Vorremmo case grandi come certi rigori, tanto per cominciare, che all’ombra di altri monumenti e a casacche invertite avrebbero forse indirizzato la partita dopo due giri di lancetta: tant’è, Turone rinasce a ogni fischio, mancato o non dovuto; arsenico e vecchi scudetti.
“Digne, ammazza come spigne”: ci permettiamo di suggerire lo slogan, meritato dopo l’esordio rischioso e necessario, calibrato sui cross dai giri sempre contati e sulla personalità rivendicata a ogni richiesta di palla.
Chiellini fa rima con Landini: entrate in stile Fiom, metalmeccanici impatti votati allo sbullonamento; i cartellini di Rizzoli accusano quel raro tipo di timidezza che ingiallisce, invece di arrossire.
Lavorare ai fianchi, su percentuali generose di possesso palla, non basta, se Buffon chiude la prima frazione preoccupandosi solo di sciupare il tempo sui rinvii e se Dzeko troppe volte agita le braccia per chiamare palla, per sé o per il fraseggio, dal momento che il campionario è ricco e variegato e va spremuto fino all’ultima goccia, affinché si compia un destino soltanto abbozzato.
Vibra il palo di Pjanic e, come a Verona, la balistica appare incline più all’estetica che alla sostanza. Nel primo tempo.
roma-juveLa palla, come ogni creatura sensibile, ubbidisce alla fine più alle carezze che agli scapaccioni: la punizione che segna l’ora di gioco vede Buffon protendersi a occidente, verso il tramonto improvviso dello zero a zero che cominciava a solleticare le tabelle bianconere.
Segnali, messaggi, Iturbe. Ovazione, con tanto di paura juventina, che subito concretizza il prima calcione ad arginare la prima fuga. Il rosso a Evra è sintomo di sbilanciamento tattico e anticipo della resa.
Cartoline sotto la Sud – sacrosante le motivazioni della protesta, forse sbagliata la partita, ma è solo un’opinione -: il vero nove decolla, torce il collo per colpire innanzitutto con lo sguardo, per suggerire a Buffon il “dove” non potrà arrivare. E rivedi la canottiera di Pruzzo, il baffo di Voeller, Montella che apre le ali e tutti quelli che saranno centravanti in eterno. Dzeko, nome fatto per il coro che rimbomba.
Complicarsi la vita? È tanto romanista, ma Szczesny rianima il sogno con uno schiaffo.
Non sono tre punti: è un guanto di sfida a tutta Italia.

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