Stadio, gioco, volto di Dzeko: che cos’è più desolante nella Roma?

di PAOLO MARCACCI – È più desolante lo stadio vuoto, la manovra monocorde della Roma, o il volto di Edin Dzeko col trascorrere dei minuti? La scelta potrebbe essere ancora più ampia, col trascorrere dei minuti.
Si sapeva in partenza che Reja avrebbe eretto linee come quelle che separavano in due Berlino; bisognava essere più forti dell’impazienza di risolvere la pratica, evitando qualsiasi disattenzione nella zona calda, vale a dire quella in cui si può innescare la rapidità di Moralez e del Papu Gomez.
Il sibilo dei fischi, nel vuoto e nel gelo – più metaforico che reale – dell’ Olimpico, è la punteggiatura al discorso sterile che la Roma imbastisce in campo, prima e dopo lo svantaggio, con un ritmo che il solo Florenzi – in una delle sue giornate più opache – non può essere sempre in grado di variare da solo.
L’Atalanta è talmente elementare nella sua disposizione in campo, nella versione distante dalle valli bergamasche, che Cigarini – poi sostituito dall’uomo – carrarmato Migliaccio – e compagni “rischiano” di svolgere ogni compito a dovere, tra un rinvio casuale di De Sanctis e un defilarsi di Dzeko, verso le zolle dove poter ricavare uno spicchio d’utilità. Sarebbe stato più probabile rimediare qualche fungo, oggi. Chiaramente, velenoso.
Vestivamo alla marinara, l’ultima volta che gli orobici erano riusciti a espugnare l’Olimpico: questa la ciliegina ammuffita sulla torta nauseabonda di un pomeriggio dell’ennesimo giorno da cani.
Sadiq, incontaminato da colpe e promesse disattese, becca gli applausi a ogni percussione con cui prova a far sfilare la sua silhouette d’anguilla.
Questa doveva essere la partita che avrebbe preceduto un dicembre esiziale; col senno di poi, era la più importante, per dare senso a ciò che è di là da venire. Dove sono i leader di questa squadra? A chi aggrapparsi in frangenti come questo?
Dell’allenatore non parliamo, non lo abbiamo neanche mai nominato per tutto l’articolo, semplicemente perché, mentre scriviamo, non sappiamo ancora che faccia avrà, domani.
Ora una dirigenza degna di questo nome metta faccia e voce davanti alle delusioni. Se no, è sempre buono tutto.

Written by