Sua Maestà: il palleggio. Sua Intensità: il pressing. L’Oscar della coralità…

di PAOLO MARCACCI – Sua Maestà, il palleggio. E Sua Intensità, il pressing. Ragionato, ponderato, dosato ad arte contro un dinamismo proletario, quello dell’Empoli, forse leggermente imborghesito dalle garanzie sindacali di classifica.
La sensazione è che il coinvolgimento nella coralità della manovra esalti le qualità individuali, a cominciare dal furore maturo, atleticamente distillato, di Maicon.
Maccarone, Orso d’oro al Festival di Berlino, miglior rigore non protagonista, ancorché inesistente.
Al passaggio dell’ora di gioco, il palato romanista percepisce anche la spezia (con la minuscola, per carità) della sofferenza, perché Mario Rui e compagni rivendicano la caratteristica di saper aumentare i giri col passare dei minuti. Spallettiane incazzature sul terreno che del tecnico conobbe il crescere, la rivelazione, il decollo. E ora anche il segno della croce, quando un rubar palla di resurrezione riporta a casa, cioè nella porta di Skorupsky, il figliol prodigo delle giuste proporzioni, dei valori tecnici e dell’interpretazione degli episodi. Valorizzazione, anzi, parola che più di ogni altra rende l’idea del lavoro di Spalletti con El Shaarawy.
E alla fine si sorride, tra un residuo di pressing e una piega allo smoking di Keita; perché la Roma vince la sesta di fila e il primo a essere contento è Francesco Totti, il più romanista di tutti.

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