Due gioielli di Florenzi e Destro: la Roma fa cinquina contro il Verona

tottidi PAOLO MARCACCI
“È questa la Champions” pensa l’Olimpico carico di candeline quando conosce l’undici titolare scelto da Garcia; Maicon, Cole, Totti: una sorpresa per tanti, a cominciare da Manuel Pellegrini, che nel frattempo aveva calato il poker in casa dell’Hull City. C’è da presentarsi allo Stadium almeno a pari punti, domenica prossima: questo l’avviso ai naviganti; soltanto stasera si penserà all’Europa con le stellette.
Il Verona è pieno di assenze e buona volontà in ogni reparto, guardi Tachtsidis e ti sembra che da un greco agli altri sia passato almeno un secolo.
Senza fischietto in bocca, Russo di Nola non sfigurerebbe come comparsa in un “poliziottesco” di fine anni settanta, regia di Umberto Lenzi.
Roma avvolgente e ben intenzionata, quanto a liquidazione possibilmente anticipata della pratica; Hellas raccolto e pronto a distendersi in avanti lungo una dorsale di piedi dolci, a cominciare da Ionita che abbozza tentativi di ricamo.
Roma al tentativo dalla distanza spesso e volentieri: Nainggolan, Keita, Maicon. Quest’ultimo al quindicesimo coglie dalla fascia destra il fiore di un cross che Destro incorna poco più a sinistra del probabile uno a zero. Dalla parte opposta, c’è da fare attenzione a Nenè e alla sua tendenza all’evasione.
Giallorossi sul pezzo, a testa bassa, sotto l’occhio vigile di Keita, nitido nella visione come la fotografia di un film di James Ivory; non è facile per Ljajic trovare un varco alle sue smanie di conferma e alla sua aspirazione a lasciare un altro segno dopo Parma. Pjanic, dal canto suo, appena può cerca di prima il tracciante rasoterra per chiamare ora Cole ora Maicon all’appuntamento con lo spazio per l’appoggio giusto.
Al minuto trentadue il Capitano arriva a un millimetro dallo scartare il pacco dono del vantaggio.
Se può, il Verona prova a divertirsi, dopo tanto proteggere.
Al trentacinquesimo, Destro in fuorigioco, sanzionato, regala alla platea un piccolo capolavoro di balistica che finisce sotto la traversa: non va sull’almanacco, ma è testimonianza di un campionario sontuoso.
Non si può mai stare tranquilli: minuto trentotto, De Sanctis dolorante a una coscia respinge a terra un diagonale di Juanito Gomez. Il Verona continua a essere bravo nel fare due partite in una. Gli scaligeri perdono Obbadi per infortunio quasi allo scadere del tempo, Mandorlini butta dentro Campanharo, con l’acca come Deborah. La prima frazione lascia le reti inviolate e l’ennesima serie di rimpalli in area veronese.
Si scalda Skorupski mentre Garcia e Keita ragionano fitto sui movimenti che possano aprire il guscio di una partita in cui gestire nervi, tossine e uno spicchio di futuro. Nulla di facile, comunque, lontana anni luce l’arrendevolezza del Cagliari di domenica scorsa.
Manca forse all’appello un altro rigore, Russo? Non vorremmo abituarci…

Si ricomincia ancora con De Sanctis tra i pali; si invocano Gervinho e/o Florenzi. Primo minuto della ripresa: Totti di destro su invito di Maicon, respinta di Gollini che fa un figurone; Ljajic dopo un pugno di secondi travolto in area: Russo e i suoi non fanno una piega.
Roma incazzata, in questa apertura di ripresa, come chi sa di aver già perso troppo tempo. Mandorlini si sbraccia perché avverte che si è alzata l’asticella del pericolo.
È incessante il cantare della Sud, come l’insistere della squadra in campo: un tutt’uno alla ricerca della svolta.
Al minuto cinquantacinque un intervento mancato di Yanga Mbiwa – non il primo – su incursione del Verona nata da un cross d’esterno di Jankovic fa trattenere il respiro a tutto lo stadio. Due minuti dopo, fuori Ljajic per Gervinho. Comincia un’altra partita?
Incursione aerea e stacco perfetto per Yanga Mbiwa su cross da destra: pareva la volta buona. Insiste la Roma, contro un grappolo di scaligeri raccolti a testuggine.
Minuto sessantasette: dentro Florenzi per Totti.

L’OLIMPICO RICORDA A TUTTO IL MONDO CHE I SOGNI C’È CHI LI ABBINA A UN COLORE, CHI A UN SOTTOFONDO MUSICALE: IN QUESTA CITTÀ DA PIÙ DI VENT’ANNI LI SI VESTE DI UNA MAGLIA NUMERO DIECI.

Ultimi venti per Luca Toni nel Verona, anche per la contraerea in fase difensiva; nelle rughe d’espressione di Garcia, tutta la tensione di una gara che non schioda dal muro del tabellone il quadro dello zero a zero.
Minuto settantacinque: siamo tutti Nonna Aurora, quando il Verona tenta di alleggerire su incursione di Nainggolan: Florenzi scocca dal limite un destro che finisce dritto nella tana del sorcio veronese che stava rosicchiando il tempo che mancava al pareggio. All’angolino c’è la svolta del destino, rima baciata.
Gervinho sale sulla solita cattedra di erba e chilometri, distribuendo ipotesi di colpo di grazia: prima per Destro, poi per Florenzi che pizzica la traversa. Al minuto ottantatré finisce il moto perpetuo di Nainggolan, mister presenze; spazio agli occhi chiari di Paredes, aperti sul futuro come la Serenella di Amedeo Minghi.
Luca Toni chiama i cross, Manolas lo segue – metaforicamente – fino alla toilette.
Poi? Poi Gollini scopre cosa dovettero provare Nando Orsi e il povero Giuliani tanti anni fa, contro Maradona: poco oltre il cerchio di centrocampo Mattia Destro coglie col petto il fiore di un rimbalzo e lo fa sbocciare cinquanta metri più in là, oltre lo sguardo da cerbiatto dell’estremo e bravo difensore gialloblù.
Il resto è ovazione protratta, happy birthday di rilassamento, un guardare avanti d’orgoglio e consapevolezza.
Con una nota a margine, al triplice trillo di Russo: Totti è l’unico italiano della storia che, durando più d’un ventennio, ha fatto solo cose buone.

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