La Roma non molla: 4-2 all’Inter e la Juventus non scappa via…!

gervinho goldi PAOLO MARCACCI – Keita al timone e Ljajic nel trio di prua, con Gervinho e Totti; De Rossi e Destro fuori dall’undici titolare; Maicon ex di (insperato) ritorno.
Comincia così Rudi Garcia, nella notte delle luminarie e delle bandiere. Mancini si presenta con Guarin alle spalle di Palacio e Osvaldo. Pensierini poco natalizi per quest’ultimo, dalla Sud che non dimentica.
Stop di petto e destro rasoterra a incrociare, dal limite, finito sul fondo: il Capitano si presenta così, al minuto numero cinque, dopo che L’Inter aveva fatto “capoccella” in avanti subito dopo il fischio iniziale di Mazzoleni.
Dopo dieci minuti, con Totti che va a prender palla nella metà campo romanista per assicurare il massimo della qualità alla nascita dell’azione, la Roma comincia ad avvolgere i nerazzurri, che reclamano un rigore non pervenuto ad occhio umano sul tenero Dodò.
Nainggolan è ovunque, a supporto di una manovra che a volte ispira e sempre protegge, turbodiesl di ultima generazione con stella cometa nella cresta.
Minuto diciannove: Gervinho – quello vero – oltre ogni maglia dopo regolare partenza, palla all’indietro per Totti che non arriva a impattare la sfera in scivolata; ci arriva Ljajic che esplode il destro: Handanovic si oppone con i pugni.
Momento buono e importante, alza i decibel la Sud, si alzano i giri della Roma. Lo zero a zero comincia a calare il sipario su se stesso.
Minuto ventuno, la Roma gioca a calcetto: lato destro dell’area, Totti-Maicon-Ljajic con palla nell’area piccola, tra Gervinho e il vantaggio c’è solo un apostrofo d’aria, o il trattino tra l’uno e lo zero. Goal, di frastornante scorrevolezza per chi subisce la trama dei passaggetti.
Euforia che vuole subito il raddoppio, pur inciampando nella distrazione che dal nulla fa nascere un’occasione rasoterra per Kuzmanović, dal corridoio centrale: De Sanctis a terra, reattivo e pronto. Una delle risposte che i romanisti attendevano.
Osvaldo è più litigioso di una vecchia zitella, stasera, la Roma continua a grattuggiare abbondante possesso palla sul piatto della partita, alto un sinistro di Nainggolan dopo sontuosa apertura di Totti da destra. Lo spartito sembra essere sempre più questo, l’Inter è poca, tutto sommato, pur con la qualità che ha in avanti.
Annullato un goal a Gervinho, per fuorigioco, due minuti dopo, dopo azione sontuosa e rapidissima da destra.
Minuto trentasei, angolo per i nerazzurri dalla bandierina tra Tevere e Distinti Sud: Ranocchia sale quasi oltre la copertura in plexiglass, impatta con la fronte schiacciando a terra, il rimbalzo è secco e teso, tanto da far passare il pareggio oltre i guanti di De Sanctis, proteso e incolpevole.
La Roma torna subito a farsi viva, Nainggolan moltiplica il moto perpetuo, però l’Inter è comprensibilmente rinfrancata e la mediana nerazzurra prova, parzialmente riuscendoci, ad alzare il baricentro.
Giallo per Keita, falloso su Osvaldo in caduta.
Dopo due minuti di recupero, Mazzoleni manda le squadre a riposo, con l’aria che s’è fatta più sottile a causa della pioggia, o forse è soltanto la tensione per il modo in cui la capocciata di Ranocchia ha vanificato la mole di gioco romanista.

Si riprende con la pioggia che s’è fatta più fitta, più insistente; si riprende con gli stessi uomini, uno dei quali dopo due minuti – e un primo tempo di grande intensità sulla sua fascia di competenza – prende d’infilata mezza retroguardia dell’Inter, entra rapido come l’ago di un anestesista e scocca un destro a incrociare che finisce nel “sette” più distante da Handanovic, sorpreso e travolto. Due a uno, qualche raro gabbiano sfida il diluvio per affacciarsi dall’ellisse di cielo buio sopra i riflettori, a curiosare sui motivi del boato.
Giallo per Palacio, duro in scivolata su Maicon sotto la Monte Mario. Giusto.
Minuto cinquantasette, la storia della Roma propone in ogni epoca pagine simili, stimmate di sfiga, passateci il termine: un pallone che Osvaldo dovrebbe spedire tra i fotografi, incontra il parastinco di Astori: due a due, segue sceneggiata dell’italoargentino degna di Mario Merola e Angela Luce.
Il clima da rissa potenziale potrebbe a questo punto favorire l’Inter, invece le si ritorce contro. Minuto sessanta: Totti da terra contende un pallone con ogni fibra muscolare, riuscendo a sporcarlo quel tanto che basta perché finisca al limite dell’area, per Pjanic. Il tre a due si insacca più alle spalle di Osvaldo che di Handanovic, per via di metafora.
Due terzi di partita, iniziano i cambi: De Rossi e Florenzi per Keita e Ljajic; Mancini butta dentro Kovačić per M’Vila, che se la prende con la panchina, inteso in senso fisico, quasi pugilistico.
Partita che si fa spigolosa, spezzettata, Inter che si affida al piede di Guarin per ogni calcio piazzato.

Un capitolo a parte: Francesco Totti, storia infinita di giocate sontuose e fame di tackle da esordiente. Fondo atletico inesauribile, giocatore infinito nella testa, innanzitutto.

Nainggolan, nel frattempo, continua a cercare dalla distanza la segnatura che sarebbe il premio alla sua profusione d’energie.
Inter: Icardi per Dodò, Obi per Medel al minuto ottantadue. Roma: Iturbe per Totti. In piedi, mondo.
Kovacic dalla distanza, nel frattempo, rischio che sibila al minuto ottantatre.
Due giri di lancetta dopo, Iturbe entra dal fronte sinistro e alza, sbilanciato, sopra la traversa.
Dal medesimo lato, un minuto dopo angola il rasoterra qualche millimetro di troppo. Grande impatto sulla gara, manca un quid di lucidità.
Minuto novanta, Gervinho dopo combinazione con Nainggolan dribbla anche se stesso, guadagna il fondo, nessuno lo segue in mezzo. Azione che muore e rinasce da un fallo di Guarin, ammonito, su Nainggolan. Punizione dal limite. Pjanic.
Goal, come fosse acqua che leggera evapora in una traiettoria di pioggia, quando Handanovic è senza ombrello.
Mancini, va detto, non ha perso l’aplomb. Ha perso la partita.
Segue coro per Osvaldo.

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