1994-2015, Agostino Di Bartolomei: c’era una volta, e ci sarà per sempre

Attraverso il suo profilo twitter la società giallorossa ricorda Agostino Di Bartolomei nel giorno dell’anniversario della sua morte, avvenuta il 30 Maggio 1994. Ecco il messaggio della società: “Niente parole… solo un posto in fondo al cuore. Ciao Ago”.
Ecco alcuni stralci di un bellissimo pezzo, scritto, da Diego Mariottini, sulla Gazzetta dello Sport.
A Tor Marancia, zona popolare di Roma Sud, ricordano ancora un ragazzo poco incline al sorriso, silenzioso ma tosto e determinato. Con una grande passione che ne divorava i pensieri e le scelte. Amava il calcio sopra ogni cosa e voleva migliorarsi continuamente. Sapeva di avere un talento, ma che a certi livelli il talento non basta più. Non che in campo fosse particolarmente veloce, ma potente con la palla tra i piedi, senz’altro sì. All’oratorio di padre Guido nella chiesa di San Filippo Neri c’è ancora qualche segno delle sue sventole su punizione. Parlava poco, in effetti, Agostino Di Bartolomei, ma quando c’era da agire era sempre il primo a farsi sotto. Era nato l’8 aprile 1955 e oggi compirebbe 60 anni. “Ago” o “Diba” che dir si voglia rimane a tutt’oggi per i tifosi romanisti un’icona con tanti punti di sospensione. Punti che la sua morte non ha aiutato a rimuovere.
DI POCHE PAROLE — Personaggio amato ma mai compreso fino in fondo, stimato ma non abbastanza elevato a esempio positivo. Coccolato dalla curva ma lasciato andar via con troppa facilità. Eppure Ago è un pezzo importante, fondamentale, di quella Roma che negli anni Ottanta si impone come una nuova forza nel panorama nazionale. Non è un personaggio mondano come Falcao, non è un eroe nazionalpopolare come Bruno Conti, ma per i tifosi della Sud una sua parola è quasi vangelo. Anche perché lui parole non ne spreca di certo, dunque va ascoltato, perché se parla significa che ha qualcosa da dire. La sua storia calcistica inizia nell’Omi, la squadra di Tor Marancia. La Garbatella è a due passi e anche quello a buon bisogno è un derby. A centrocampo gioca un ragazzo con l’aria di un uomo. Gli altri scalpitano per dimostrare il proprio valore, lui non ha fretta. Predica gioco pulito, lineare e verticale ed è il punto focale di tutte le trame di gioco. Sono quasi tutti ragazzini del 1955, eppure Agostino, con il suo atteggiamento serio e protettivo, sembra il padre dei suoi coetanei.
DEBUTTO A SAN SIRO — Entrare in un campo di Serie A per la prima volta assoluta, farlo in un tempio del calcio come San Siro e affrontare l’Inter di Boninsegna, Mazzola e Corso spaventerebbe chiunque. Non lui. È uno dei pochi che cerca di ravvivare una scialba partita di fine stagione, forse – sostengono i maligni – perfino pilotata nello 0-0 finale. Promosso a pieni voti per la stagione successiva. Nel campionato 1973/1974 Di Bartolomei va in gol alla prima giornata, la vittima è il Bologna allenato da Bruno Pesaola. Poi sembra fare un passo indietro, costretto a fare la spola tra le giovanili e la prima squadra. Il talento c’è e proprio perché c’è, nessuno vuole bruciare un ragazzo capace di associare estro, umiltà, consapevolezza nei propri mezzi, spirito di sacrificio e intelligenza tattica. Non sarà un dispensatore di sorrisi, quel ragazzo, ma il gioco che propone manifesta la gioia di essere lì, di fare ciò che si ama fare.
LO SCUDETTO — L’anno dello scudetto giallorosso (1982/1983) il tecnico svedese Nils Liedholm ha un’intuizione enorme: se ben supportato, Ago può giocare al centro della difesa. D’accordo, non sarà un fulmine di guerra, ma per recuperare palla c’è Vierchowod. Con i lanci lunghi del capitano e con il suo senso geometrico del gioco, l’azione parte molto prima. Senza contare che le sue punizioni fruttano ogni anno quei sei-sette gol che a fine stagione fanno la differenza. In quegli anni si dibatte sul nucleare e sulle scelte che l’Italia dovrà compiere su un tema così delicato. In una manifestazione antinuclearista un ragazzo inventa uno striscione «Le sole bombe che vorrei sono quelle di Di Bartolomei». Anche chi non tifa Roma è perfettamente d’accordo. Con la squadra giallorossa Ago gioca 308 partite (di cui 146 con la fascia al braccio), segnando 66 volte. Lo scudetto del 1983 è la gioia più grande.
ARRIVA ERIKSSON — La delusione più cocente è la finale di Coppa dei Campioni dell’anno successivo, persa ai rigori contro il Liverpool. “Non è sconfitta”, titolano i giornali all’indomani di quell’insuccesso. “Di Ba” è persona troppo intelligente per accettare una consolazione così “alla buona”. È una sconfitta eccome, per giunta subita nel proprio stadio. Troppo intelligente ma anche troppo sensibile, dietro quella scorza musona di apparente impassibilità. Soffre molto, l’anno dopo, quando arriva il nuovo tecnico Sven Goran Eriksson. Lo svedese considera Agostino un giocatore ottimo ma lento per il suo tipo di gioco e lo mette nella lista dei partenti. Una singolare contraddizione per uno che anni più tardi lancerà al centro della difesa un giocatore di centrocampo con caratteristiche abbastanza simili a quelle del capitano giallorosso: Sinisa Mihajlovic.
APPRODO AL MILAN — Ago fa le valige e a malincuore va a Milano, sponda rossonera. Con il Milan gioca per tre stagioni, segnando tra l’altro anche un gol nel derby milanese, senza però vincere trofei. Raggiunge una finale di Coppa Italia nell’anno del debutto, persa contro la Sampdoria di Roberto Mancini. Quando il berlusconismo irrompe sulla scena calcistica, l’ex capitano giallorosso ha superato la trentina e, a Sacchi, Ago non risulta utile. La sua ultima stagione in serie A è quella del 1987/1988, con la maglia del Cesena: 25 presenze, quattro gol e la squadra romagnola si salva. La mente del centrocampo cesenate ha 33 anni ma una capacità di calcio come la sua da quelle parti l’hanno vista di rado. Conclude la carriera in Serie C nel 1990, dopo due annate con la Salernitana. Nell’ultima da professionista contribuisce al raggiungimento della storica promozione dei campani in serie B dopo 23 anni d’assenza, indossando anche in questo caso la fascia al braccio.
IL VUOTO DOPO IL CALCIO — Dopo avere chiuso con il calcio giocato per ogni ex scatta l’horror vacui nel pianificare il proprio futuro. È opinionista Rai, apre una scuola calcio a Castellabate (Salerno), dove si è trasferito con la famiglia. Si dice che a un certo punto si trovi in condizioni economiche precarie, si dice che il mondo del calcio gli abbia voltato le spalle. Si dice addirittura che sia vittima della depressione. Si dicono tante cose, chissà se sono vere. Del resto Ago non è uno che si apre con facilità. C’è un’unica cosa certa: una mattina di fine maggio 1994, 39 anni compiuti da poco, si trova in compagnia di Smith & Wesson senza essere né l’uno né l’altro. È soltanto Agostino Di Bartolomei, un uomo forse in preda a pensieri più grandi di lui e troppo cupi per essere sopportabili. La scelta che fa è una di quelle da cui indietro non si torna. È al suo pubblico che Ago non ha lasciato scelta.

Written by