Totti, non basta. La Roma chiude con una sconfitta contro il Palermo (1-2)

tdi PAOLO MARCACCI – Ogni serata è festa, se si specchia negli occhi dei bambini: l’Olimpico stasera ne ospita tanti, qualcuno arriva anche a sfiorare la stessa erba del papà.
Serata di suggestioni, tante, a cominciare dal “chi si rivede” che d’affetto e simpatia cinge il nuovo esordio di Balzaretti, la cui discesa più difficile è stata quella dal Monte Calvario di un ultimo tratto di carriera assente.
Totti verso i trecento, come una monoposto che rivendica affidabilità assoluta lungo i giri di un gran premio infinito, bottiglia di champagne sul podio di un amore che rigenera se stesso, ogni volta che il tappo salta, schiumando fedeltà per una maglia.

Canti, cori e cotillons; mancano i ricchi premi, che la stagione aveva fatto presagire, che inarrivabili d’improvviso (d’improvviso?) appaiono nelle parole del timoniere.
Più forti gli echi delle parole di Garcia o quelli che si spera di cogliere dalla Piedigrotta del San Paolo?
Nel dubbio, il Palermo fa girar palla, che stasera si tratta di far trascorrere il tempo, mentre il nome di Mapou rimbomba, tributo a un derby d’orgoglio e di approdi continentali.

Agostino Di Bartolomei: vessillo, nome da scandire su metrica di mai sbiaditi sentimenti, francobollo della memoria per un esempio da spedire ai romanisti che verranno.

Non c’è tattica da illustrare, stasera, né minutaggio da scandire con precisione, se non per segnalare che Skorupski vola, prima e soprattutto dopo il ventesimo, prima su Vazquez e poi su Jajalo, come volesse prendere a schiaffi e pugni il se stesso di fine inverno, quando sfuggivano di mano traguardi e ambizioni.
Belotti abbatte Spolli, proprio lui, per un accenno d’agonismo da derby siciliano, quando il nostro randellava per il ruvido Catania.
Prova Uçan a ricamare, mentre Ljajic sembra poco ispirato dalla passerella; latitano nella Roma persino le motivazioni da vetrina, mentre il Palermo al minuto trentaquattro ottiene il suo rigore: mano di Spolli, che alza il braccio in scivolata su un’incursione di Chochev. Il sinistro di Vazquez porta El Mudo in doppia cifra, con Skorupski che opta per l’angolo che non conta.
Fuori Paredes, acciaccato, dentro Nainggolan, a recuperare un barlume d’agonismo, magari per supportare un Capitano che fa partita vera, cattedrale in un deserto di cloroformio motivazionale.

Vantaggio laziale a Napoli, come fossero spareggi di disperazione, “Correva l’anno”.

Va in archivio il mai cominciato primo tempo, con lo zero a uno che nulla conta ma che val bene un brusio, e qualche sacrosanto mugugno, per la Roma che raggiunge gli spogliatoi con lo stesso ritmo con cui si è aggirata per il prato. Fischia Nasca di Bari, sperando che nasca anche un embrione di partita.

Secondo tempo, Roma che attacca, o attaccherebbe, sotto la Sud, anche se da un sud geografico si attende la svolta che possa render gaia la serata.
Aggancia bene Totti sul tracciante di De Rossi in verticale, al limite dell’area, ma in fuorigioco.
Sembra più rilassato anche il Palermo, in questo scorcio di ripresa.

Minuto cinquantuno: dentro Pjanic, fuori Ljajic, perso in un altrove dove stasera aveva parcheggiato il suo nitido potenziale.
Totti continua a cercare Doumbia in verticale, manifesto di fiducia e speranza, che muore per ultima in qualsivoglia area di rigore.
Sulla fascia di competenza, Florenzi comincia a far capire che c’è qualcosa da regalare alla gente, perennemente in credito se vestita di giallorosso.
Ai due terzi di gara, segni di vita romanista in fase offensiva; sulla panca rosanero freme di meno la visiera del berretto di Iachini. Fuori Lazaar e dentro Emerson, subito in partita, come se avesse una qualche importanza.
Arriva Iturbe al minuto sessantotto, con l’ovazione che fa da contraltare all’uscita di Doumbia, sibilante di fischi e inconsistenza.

Nuove incursioni palermitane, in particolare con Belotti che arriva a una virgola dal goal del raddoppio.
Totti a presidiare il centro dell’area, ora, sperando nel movimento di Iturbe, in qualche accento poetico di Pjanic, mentre Skorupski quasi si lascia sorprendere da un corner palermitano. Ci mancherebbe.

Sussulti partenopei, nel frattempo. Clamori, falsi allarmi?

Ammonito Belotti per un controllo di mano durante un’incursione in area, con Skorupski che si esibisce comunque in una parata di grande reattività, strappa applausi di chi ha ormai indirizzato la maggior parte degli interessi duecento chilometri più giù.

Passano, i minuti di un campionato di prestigiosa transizione, quasi ossimoro di un ingresso in Champions dalla porta principale e di frustrate velleità di arricchire la bacheca. Ognuno stia dalla parte in cui si vede la metà preferita del bicchiere.

Minuto ottantacinque: Nainggolan in verticale, Totti davanti a Sorrentino in uscita: preso per mano, il pallone bambino fa il saltello che scavalca la noia, che ritrova il decoro. Accento di purezza, diamante scovato nella sabbia. Uno a uno. Per noi son trecento, anzi, trecentomila.

Quattro di recupero, burocratica fiscalità…
L’insistenza di Florenzi è una pietra di posa su cui ricostruire un futuro più fulgido, speriamo stimolato, e non altro, dalle parole di Garcia.
Palermo vicino al goal, su una ripartenza a campo libero.
Poi l’ultimo istante, Astori guarda la palla, Belotti si infila nell’area piccola. Uno a due.
Finisce così.

Domani è un altro giorno?

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